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Il Futuro del trapianto del Fegato

Mario Strazzabosco (Yale
University) |
Il
trapianto di fegato rappresenta la migliore opzione terapeutica
per un notevole numero di condizioni cliniche che causano una grave
ed irreversibile insufficienza epatica o l’insorgenza di un
carcinoma epatocellulare. Il successo di questa procedura medico-chirurgica
è strabiliante: di 100 pazienti altrimenti destinati ad una
prognosi rapidamente infausta, almeno 70 saranno ancora vivi a 10
anni di distanza dal trapianto. Per un epatologo che ha iniziato
la sua vita professionale a cavallo dell’era della diffusione
clinica del trapianto di fegato, questo rappresenta il realizzarsi
di un sogno. Un “miracolo” che avviene ogni giorno davanti
ai nostri occhi. Pazienti, sofferenti, profondamente provati e trasformati
anche nell’aspetto esteriore dalla consunzione causata dall’insufficienza
epatica, ritornano alla vita nel giro di poche settimane. Il loro
aspetto si modifica rapidamente, la cute cambia colore, diviene
elastica, la massa muscolare aumenta, ritorna il sorriso. Il paziente
che conoscevi è scomparso e davanti a te è ora seduto
quello sconosciuto che avevi spesso visto ritratto nelle immancabili
foto dei momenti felici di prima della malattia. Il poter testimoniare
questa metamorfosi è la forza motrice che spinge i “medici
del trapianto” ad accettare il lungo e difficile lavoro che
genera il cosiddetto “miracolo”.
Il trapianto di organo solidi, è oramai uscito dalla sua
fase sperimentale, ed è divenuto una procedura medico-chirurgica,
estremamente complessa, ma alla portata di ogni maggiore ospedale.
I problemi che si presentano ora sono molto diversi dal controllo
del rigetto e dall’ottimizzazione della tecnica chirurgica,
che tanto preoccupavano Sir Roy Calne e Thomas Starzl. Il futuro
del trapianto di fegato come procedura clinica e disciplina scientifica,
dipende dalla capacità di risolvere quattro aree critiche,
che sono in qualche modo state generate dal suo stesso successo.
Queste sono 1) l’accessibilità al trapianto (corretta
valutazione dei bisogni reali, approntamento di sistemi di allocazione
degli organi che siano trasparenti e giusti sia dal punto di vista
morale che scientifico, incremento della disponibilità degli
organi); 2) la sicurezza e l’efficacia del trapianto (prevenzione
della recidiva della malattia di fegato che ha condotto a trapianto,
studio di farmaci e protocolli immunosoppressivi che ne minimizzino
i rischi, induzione della tolleranza immunologica, riduzione dei
rischi chirurgici); 3) il costo del trapianto e dei farmaci, che
rendono la procedura economicamente insostenibile proprio nelle
aree dove maggiore ne è la sua necessità; 4) la discussione
e possibilmente la risoluzione di aspetti etici che divengono sempre
più pressanti, quali i principi di allocazione, alcune indicazioni
controverse (“individual justice vs population utility”),
e le problematiche connesse al trapianto da vivente, al mercato
di organi, ad alcune pratiche odiose come l’utilizzo di organi
prelevati da condannati a pena capitale.
Il numero di trapianti di fegato eseguito negli Stati Uniti nel
2005 è stato di 6,441, per la maggior parte provenienti da
donatore deceduto per morte cerebrale, anche se rispettivamente
320 e 260 circa provenivano da donatori viventi e da donatori deceduti
per morte cardiaca. Grazie all’adozione del criterio di allocazione
secondo MELD, per la prima volta il numero di donatori in lista
attiva non è aumentato. Questo sistema di allocazione, dando
priorità ai pazienti il cui rischio di morte a tre mesi è
più elevato, ha consentito di utilizzare il criterio del
bisogno reale nella allocazione degli organi. Nel 2005, sono stati
immessi in lista 11000 pazienti ed altrettanti ne sono usciti. Purtroppo
solo il 60% è uscito dalla lista perché trapiantato.
Se si considerano i pazienti tolti per miglioramento ed i pazienti
tolti dalla lista per sopravvenute complicanze extraepatiche, si
può stimare che per coprire i bisogni sia necessario portare
la percentuale di assensi alla donazione dall’attuale 54%
(negli USA) a circa l’85%. Questo traguardo risulta al momento
difficilmente attuabile per la persistenza di ostacoli culturali
ed organizzativi di ardua soluzione.
I chirurghi del trapianto stanno facendo miracoli nell’innovare
le tecniche chirurgiche e questo ha portato allo “split liver”,
al trapianto da vivente, all’utilizzo di donatori dopo morte
cardiaca. Per quanto complesse, queste metodiche, se applicate da
mani esperte e nei pazienti giusti consentono sopravvivenze simili
alla metodica classica che utilizza il trapianto di un fegato intero.
I medici del trapianto, da canto loro, sono impegnati in una ricerca
i cui orizzonti sono molto più lontani, ma non meno promettenti,
e non meno complessi dal punto di vista etico. L’idea è
quella di sfruttare l’enorme capacità rigenerativa
del fegato e le proprietà delle cellule staminali per ritardare
l’evoluzione della malattia, sostenere la funzione dell’organo
ed eventualmente, come nel caso delle malattie genetiche, sostituire
la funzione delle cellule malate, trapiantando cellule staminali
o epatociti provenienti da individui sani. Malgrado il successo
mediatico di definizioni come “terapia cellulari”, “stem
cell therapy” e “medicina rigenerativa” questi
studi sono ancora lontani dalla loro applicazione clinica. L’unica
reale applicazione clinica rimane per ora il trapianto di cellule
staminali emopoietiche, che però trova scarsa applicazione
in epatologia. Tuttavia, come bene ha evidenziato Konrad Lorenz,
l’evoluzione delle conoscenze non è lineare, bensì
procede per balzi successivi, resi possibili dall’improvviso
e spesso casuale verificarsi di grandi innovazioni, che impattano
su tutto il sistema di conoscenza. Quindi, la traslazione clinica
di questi studi potrebbe anche essere sorprendentemente rapida.
Talmente numerose sono le “fatiche” che attendono la
trapiantologia, anche nella sua fase della maturità, che
il National Institute of Health negli Stati Uniti ha promosso un
“Action Plan” che si sviluppa in almeno 10 aree principali
sulle quali l’attenzione dei ricercatori dovrebbe essere focalizzata.
Noi medici-ricercatori non possiamo che ritenerci fortunati ed orgogliosi
di vivere in questo momento così intellettualmente stimolante.
Ed andiamo giustamente orgogliosi per i seimila malati di fegato,
che, nel 2005, grazie al trapianto, ed ai 1500 milioni di dollari
ne hanno rappresentato il costo, sono potuti ritornare alle loro
famiglie perche’ pensiamo che la vita non ha prezzo. Consideriamo
allora attentamente quanto scritto da Bill Gates in una recente
lettera all’ Economist “la stragrande maggioranza della
ricerca medica è dedicata ai problemi sanitari delle nazioni
più ricche …. questo iato dovrà essere colmato,
in modo tale che anche coloro nati nei paesi in via di sviluppo
abbiano le stesse condizioni sanitarie di coloro nati nei paesi
occidentali”. Forse la nostra missione di “medici del
trapianto” sarà veramente realizzata in pieno solo
quando una parte di ciò che stiamo imparando col trapianto
si tradurrà in migliore prevenzione e migliori condizioni
di salute anche per coloro tra noi che versano in condizioni economiche
e sociali più fragili.
Mario Strazzabosco M.D, PhD
Professor of Medicine,
Director of Transplant Hepatology
Department of Internal Medicine
Section of Digestive Diseases
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