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Una nuova frontiera nel trattamento del tumore epatico

Stefano Okolicsanyi (Yale University) |
Una nuova generazione di farmaci
sta rivoluzionando il trattamento anticancro: i farmaci antiangiogenici.
Quattro miliardi di dollari investiti nella ricerca negli Stati
Uniti e lo sviluppo di circa 300 sostanze potenzialmente antiangiogeniche
esprimono lo sforzo prodotto in questo nuovo tipo di terapia. L’idea
è quella di bloccare lo sviluppo dei vasi sanguigni che irrorano
la massa neoplastica.
Tra gli 80 farmaci che si trovano tutt’ora sotto studio in
sperimentazioni cliniche, un nuovo composto chiamato Nexavar e già
usato nella terapia del cancro del rene, sta per diventare il primo
trattamento medico efficace in alcuni pazienti con epatocarcinoma.
Questa neoplasia maligna del fegato è uno dei tumori piu’
comuni nel mondo con circa 600.000 nuovi casi all’anno; la
sua mortalita’nel Nord America ed in Italia e’ quasi
raddoppiata negli ultimi 20 anni.
Le opzioni terapeutiche nel trattamento del tumore epatocellulare
sono attualmente ristrette alle forme iniziali: nel caso il tumore
sia confinato in una piccola area del fegato si puo’ ricorrere
a tecniche radiologiche locali o resezioni chirugiche, mentre nel
caso si presenti in forma piu’ diffusa l’unico intervento
curativo e’ rappresentato dal trapianto d’organo. Tuttavia
per circa il 70% dei pazienti la diagnosi e’ troppo tardiva
per ricorrere alle tecniche menzionate senza scongiurare la ricorrenza
del cancro, e non esiste alcuna terapia sistemica efficace nei pazienti
in questo stadio avanzato.
Un bersaglio innovativo nel trattamento anticancro e’ rappresentato
dalla neoangiogenesi, ovvero la formazione di nuovi vasi in seno
al tumore atta a soddisfare le sempre crescenti richieste di ossigeno
e nutrienti. Bloccare il complesso di fattori in grado di promuovere
l’angiogenesi significherebbe impedirne i rifornimenti e la
conseguente crescita incontrollata. Il meccanismo d’azione
del Nexavar, noto anche come Sorafenib, consiste proprio nell’inibizione
dei recettori cellulari che mediano i segnali di crescita vascolare.
In un trial clinico di 602 pazienti con carcinoma epatocellulare
avanzato il Nexavar aumenta la vita dei pazienti di circa tre mesi
(44%). Nonostante questa cifra sia ancora lontana dal rappresentare
una cura, gli autori descrivono questo risultato come un passo da
gigante dopo anni di sforzi alla ricerca di un composto efficace,
specialmente in un tipo di patologia cosi’ resistente a farmaci
ad azione sistemica.
Il Dott. Llovet, uno dei principali autori del trial clinico ed
epatologo presso la Mount Sinai School of Medicine di New York e
presso l’Universita’ di Barcellona, descrive in un articolo
apparso sul New York Times lo scorso 3 giugno come negli ultimi
30 anni piu’ di 100 trails abbiano fallito nel trattamento
dell’epatocarcinoma in stadio avanzato.
I risultati presentati a Chicago dal Dr. Llovet al meeting annuale
della societa’ americana di oncologia clinica (ASCO) hanno
mostrato come nei pazienti a cui e’ stato somministrato il
Nexavar la sopravvivenza media fosse pari a 10.7 mesi rispetto a
7.9 mesi dei pazienti trattati con placebo; i maggiori effetti collaterali
sono stati diarrea (comune a molti farmaci antiangiogenici) e la
sindrome dolorosa delle mani e dei piedi.
A fronte di un costo decisamente elevato (circa 4500 dollari al
mese), questi risultati hanno incoraggiato l’azienda produttrice
del Nexavar, gia’ approvato dalla Food and Drug Administration
per il trattamento del carcinoma renale, a sottoporlo anche all’approvazione
per il trattamento del tumore del fegato.
Nonostante questi risultati promettenti, la terapia antiangiogenica
da sola non sembra poter essere in grado di eradicare il tumore
del fegato, un carcinoma caratterizzato da un’estrema complessità
biologica che reca in se’ mutazioni genetiche in grado di
sopravvivere e sfuggire all’azione dei farmaci. In questo
senso i farmaci antiangiogenici appaiono più ad azione “tumoristatica”
che “tumoricida”, ma controllare la crescita e la proliferazione
cellulare potrebbe voler dire in futuro trasformare una patologia
mortale in una malattia cronica.
Stefano Okolicsanyi
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